venerdì 23 gennaio 2026

LE VICENDE DEL CORPO DI SANTA LUCIA, VERGINE E MARTIRE DI SIRACUSA

Se ricostruiamo per grandi linee le varie tappe che hanno portato le spoglie della nostra Vergine nella chiesa di san Geremia (ora Santuario di Lucia), ricordiamo che nel 1039 Giorgio Maniace trasportò, prelevandolo dalla catacombe siracusane, il corpo di santa Lucia a Costantinopoli. I siracusani, infatti, durante l’occupazione araba della Sicilia, avevano nascosto il corpo della Santa giovinetta nelle catacombe, in un luogo segreto. Maniace riuscì a farselo indicare, probabilmente con l’inganno, da un anziano, il cui nome non è mai stato indicato nel corso dei secoli per non marchiare d’infamia lui e i suoi discendenti.

Nel 1204, durante il saccheggio di Bisanzio e delle sue numerose e splendide basiliche, ad opera dei crociati, anche quella che ospitava il corpo di santa Lucia fu devastata e le spoglie della nostra Santa, che erano assai venerate in tutto l’Oriente cristiano, furono prelevate dai veneziani guidati dal doge Enrico Dandolo. Il 18 gennaio del 1205 arrivarono nella città lagunare e riposte presso San Giorgio Maggiore ma, probabilmente a seguito di tragici eventi atmosferici verificatisi il 13 dicembre del 1279, si decise di traslarle in una chiesa cittadina dedicata alla Santa. Il 18 gennaio dell’anno successivo furono quindi portate in una chiesa sul Canal Grande, proprio dove ora sorge la stazione ferroviaria, che per questo porta il nome di santa Lucia. 

Dopo varie vicissitudini, papa Sisto IV stabilì, con un suo provvedimento, che il corpo della nostra Santa restasse nella chiesa, ma sotto la giurisdizione delle suore agostiniane del monastero dell’Annunziata, che da allora prese quindi il nome di Santa Lucia. 

Quando gli austriaci decisero di realizzare il ponte ferroviario e la stazione proprio dove si trovava il convento, si procedette alla sua demolizione e il corpo di santa Lucia venne trasferito, l’11 luglio 1860, con una solenne processione, nella vicina parrocchia di San Geremia. Per sette giorni, per volontà del patriarca, venne esposto sull’altare maggiore, per poi essere collocato in un altare laterale, in attesa della costruzione di una cappella, inaugurata l’11 luglio di tre anni dopo e  realizzata utilizzando il materiale del presbiterio della chiesa demolita.


Nella ricognizione effettuata prima del trasporto delle reliquie di Santa Lucia a San Geremia, la commissione, presieduta dal cardinale Angelo Ramazzotti, patriarca di Venezia e dal dottor Luigi Nardo, direttore e medico dell’Ospedale Civico veneziano, che redasse il verbale, venne attestato che il corpo di santa Lucia era incorrotto, la pelle era disseccata e tesa e mancavano la mano sinistra e il pollice della mano destra. 

Nel corso dei secoli innumerevoli sono stati gli appelli e le accorate preghiere per far tornare, in maniera definitiva, il corpo di Santa Lucia nella città dove nacque e dove subì il martirio. 

Tre illustri storici della Chiesa siracusana, prima mons. Ottavio Garana, l’alto e corpulento canonico le cui semplici ma coinvolgenti omelie ascoltavo incantato, chierichetto adolescente nell’affollata messa mattutina delle 7,15 durante la Tredicina di Santa Lucia, poi mons. Pasquale Magnano e in seguito mons. Sebastiano Amenta, hanno documentato gli sforzi della comunità siracusana che ha sempre rivendicato, da lunghissimo tempo, proprio il corpo della propria Patrona, come ricorda Pucci Piccione, presidente della Deputazione della Cappella di Santa Lucia.

Nella Cripta del sepolcro di santa Lucia a Siracusa, si legge una frase, tratta da un’antifona liturgica luciana che esprime la devozione e l’attesa dei suoi concittadini: Lucia, Sponsa Christi, omnis plebs Te expectat (Lucia, Sposa di Cristo, tutto il popolo ti attende). 

Numerosi sono stati, nel corso dei secoli, gli appelli rivolti dai cittadini di Siracusa alla Serenissima affinché restituisse loro le sacre spoglie di Lucia. 

Per non andare troppo lontani, ricordiamo la richiesta dell’illustre sacerdote e storico siracusano Giuseppe Maria Capodieci, che nel 1787 esperì un primo, infruttuoso tentativo, seguito da un altro nel 1834 e successivamente  dall’appello-petizione al patriarca Pietro Aurelio Mutti del 1855. 

In occasione del XVI centenario del martirio, nel 1904, fu inoltrata supplica a papa Pio X, che, il 26 aprile dello stesso anno rispose a mons. Carlo Lipari di Siracusa per il tramite del cardinale Raffaele Merry del Val, segretario distato, lasciando in pratica piena libertà di decisione alle diocesi di  Venezia e di Siracusa. 

Luigi Bignami, arcivescovo di Siracusa, chiese e ottenne da Pio X la sostituzione nella sua diocesi di due strofe dell’inno mattutino della santa, riferite proprio alla traslazione delle spoglie a Venezia e alla devozione dei veneziani. Durante il fascismo, nel 1935, fu presentata una nuova istanza, da parte dei Vescovi, del clero, delle Autorità e dei comuni di tutta la Sicilia. 

Un vero e proprio appello al capo del governo Benito Mussolini venne rivolto nel 1937 dall’arcivescovo Ettore Baranzini, in occasione della visita del duce a Siracusa, per l’inaugurazione del Pantheon. Sembrava la volta buona, visto che, nel mese di agosto dello stesso anno, Mussolini incaricò di una missione esplorativa a Venezia il suo amico personale padre Pietro Tacchi Venturi, autorevole gesuita e negoziatore dei Patti Lateranensi. Ma Tacchi Venturi non riuscì nell’intento di convincere il patriarca Adeodato Giovanni Piazza, che non volle saperne di esaudire le sacrosante richieste dei siracusani. Per inciso, il cardinale Piazza passerà alla storia anche per aver pubblicato una lettera pastorale in cui giustificava la legislazione antisemita italiana, affermando tra l'altro: "Sono gli stessi ebrei, con i loro comportamenti, che in ogni tempo e in ogni luogo provocano queste reazioni”.  

Altre richieste furono rinnovate nel 1940, in occasione del Congresso Eucaristico Regionale Siciliano e il 7 agosto del 1949 al papa Pio XII da parte del consiglio comunale di Siracusa alla prefettura della Congregazione dei Riti. Nel 1949 venne lanciata anche una petizione popolare per ottenere il ritorno per sempre di santa Lucia nella città dove nacque e dove subì il martirio. Venne sostenuta anche dal quotidiano La Sicilia. Le migliaia di firme furono presentate a Roma, il primo marzo dell’anno successivo, dal comm. Giuseppe Innorta, dell’Ordine del Santo Sepolcro e presidente della Deputazione della Cappella di Santa Lucia, al cardinale Micara, prefetto della Congregazione dei Riti. La sottoscrizione era basata sul fatto, indiscutibile dal punto di vista storico, che i bizantini non erano legittimamente venuti in possesso del corpo della Santa, in quanto questo era custodito nella sua sepoltura da dove il generale Maniace lo trafugò per farne omaggio al suo sovrano, a Costantinopoli. 

Un’ulteriore, pressante  azione venne compiuta nel 1965, ma papa Paolo VI rispose ai siracusani che dovevano inoltrare la loro richiesta tramite il loro Vescovo. 

Anche a seguito delle pressioni e delle preghiere di semplici fedeli siracusani, finalmente il Corpo di Lucia arrivò a Siracusa nel 1700mo anniversario della morte. 

Nel maggio del 2006, il 24 e 25,  in una visita a Venezia durata due giorni, una delegazione guidata dall’arcivescovo Giuseppe Costanzo e di cui facevano parte anche anche l’allora sindaco di Siracusa Titti Bufardeci, il presidente della provincia Bruno Marziano e il vicario arcivescovile Giuseppe Greco, improntata al dialogo, portò alla costituzione di una commissione mista, che avrebbe dovuto valutare la possibilità di un definitivo trasferimento del corpo di Santa Lucia a Siracusa. I rappresentanti aretusei incontrarono una grande personalità della Chiesa, l’allora Patriarca di Venezia cardinale Angelo Scola ed anche le autorità civili guidate dal sindaco Cacciari, che rimise il suo giudizio alle autorità religiose. La Commissione doveva assolvere a sei compiti: prendere in esame tutti gli aspetti ecclesiali, storici, culturali, identitari connessi al culto della Santa nelle due città;favorire l’educazione al culto autentico dei santi anche in relazione al risveglio di interesse popolare suscitato dalla richiesta di Siracusa;  solennizzare con particolari gesti la festa di Santa Lucia del 13 dicembre;  curare l’accoglienza di tutti i pellegrini adeguando anche la proposta di conoscenza della storia della Santa e del suo culto nei secoli;  promuovere uno scambio di doni e di collaborazione tra le due chiese nei diversi campi della pastorale;  prestare attenzione al coinvolgimento della società civile. Precisiamo a tal proposito che il Patriarca nelle settimane precedenti aveva invitato il parroco della chiesa dei santi Geremia e Lucia a sondare gli umori della comunità dei fedeli. Addirittura un monsignore della Curia veneziana, Antonio Meneguolo, si rammaricò e disse che “se il risultato del prestito per una settimana del 2004 era stato questo allora è bene che la Santa non esca più da Venezia”. 

Salvo Sorbello



L’ATTUALITA’ DEL DEMOCRISTIANO GIORGIO LA PIRA PER UNA POLITICA DI PACE E VICINA ALLA GENTE

L’anniversario della nascita del venerabile Giorgio La Pira, più volte parlamentare della Democrazia Cristiana e sindaco di Firenze, verrà ricordato oggi con un convegno nella sua città natale, Pozzallo, che era allora in provincia di Siracusa.

Interverranno, oltre al vescovo di Noto mons. Salvatore Rumeo, l’ing. Franco Antoci, già presidente della provincia di Ragusa, la presidente diocesana di Azione Cattolica Concetta Denaro e Grazia Dormiente, presidente dell'associazione “Giorgio La Pira - Spes contra spem”. 

Proprio di recente, nell’assemblea dei sindaci italiani, Papa Leone XIV ha citato le parole del nostro grande conterraneo: "Mentre cercate di dare risposte, voi sapete bene che le nostre città non sono luoghi anonimi, ma volti e storie da custodire come tesori preziosi. In questo lavoro si diventa sindaci giorno dopo giorno, crescendo come amministratori giusti e affidabili". E Papa Prevost ha ricordato come La Pira, in un discorso ai Consiglieri comunali di Firenze, affermava: "Voi avete nei miei confronti un solo diritto, quello di negarmi la fiducia! Ma non avete il diritto di dirmi: Signor Sindaco, non si interessi delle creature senza lavoro (licenziati o disoccupati), senza casa (sfrattati), senza assistenza (vecchi, malati, bambini). È mio dovere fondamentale. Se c’è uno che soffre, io ho un dovere preciso: intervenire in tutti i modi, con tutti gli accorgimenti che l’amore suggerisce e che la legge fornisce, perché quella sofferenza sia o diminuita o lenita". 

Giorgio La Pira ammoniva che “il valore delle persone e delle cose si scopre sino in fondo proprio quando appare per la prima volta, nella nostra mente, il pensiero della loro possibile scomparsa. La minaccia della guerra atomica ha appunto operato questo effetto: fece scoprire – a quanti ne hanno la responsabilità e l’amore – il valore misterioso ed in certo modo infinito della città umana. Che rapporto organico che esiste fra la città e la persona umana? Non è forse vero che la persona umana si radica nella città, come l’albero nel suolo? La città è lo strumento in certo modo appropriato per superare tutte le possibili crisi cui la storia umana e la civiltà umana vanno sottoposte nel corso dei secoli. In una città un posto ci deve essere per tutti: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa), un posto per lavorare (l’officina), un posto per pensare (la scuola), un posto per guarire (l’ospedale). In questo quadro cittadino, perciò, i problemi politici ed economici, sociali e tecnici, culturali e religiosi della nostra epoca prendono un'impostazione elementare ed umana! Appaiono quali sono: cioè problemi che non possono più essere lasciati insoluti. 

Nei discorsi di quello che venne definito il “sindaco santo” affiora un patrimonio di valori di straordinaria attualità, capace di interpellare con forza la politica di oggi, i cittadini, gli amministratori locali, le madri e i padri. A tutti è affidata una responsabilità che non ammette scorciatoie: ciò che è stato ricevuto non può essere dissipato né distrutto, ma deve essere custodito, valorizzato e trasmesso alle generazioni future in una forma migliore. Le città sono la nostra casa comune. Non sono beni da consumare, ma realtà vive, da abitare con rispetto, da migliorare con intelligenza e da preservare con lungimiranza. Mai da saccheggiare o compromettere irreversibilmente. Bisogna quindi riscoprire il valore autentico delle città e del loro destino storico, insieme all’affermazione di un diritto inalienabile che su di esse vantano le generazioni venture. 

Un diritto che impone un dovere preciso alle generazioni presenti: non dilapidare, non distruggere, non ipotecare il futuro. Le città non appartengono solo a chi le governa oggi, ma anche — e forse soprattutto — a chi le abiterà domani.

di SALVO SORBELLO


Ancora attuale l’Appello ai Liberti e Forti di don Luigi Sturzo


 

RIPARTIRE DALL’APPELLO AI LIBERI E FORTI DI STURZO

PER ALIMENTARE L’IMPEGNO POLITICO DEI CATTOLICI

di Salvo Sorbello


Si sono svolti a Caltagirone due importanti momenti per celebrare l’anniversario dell’Appello ai Liberi e Forti, che diede vita al Partito Popolare fondato da don Luigi Sturzo, cittadino onorario di Siracusa dal 1951.

Una nuova sala espositiva dedicata proprio al grande sacerdote è stata allestita presso l'ex Carcere borbonico, inaugurata alla presenza del sindaco Fabio Roccuzzo e del rettore della Lumsa Francesco Bonini. Sono esposti documenti e reperti del periodo 1905-1920 (dopo di allora don Sturzo non fece mai più ritorno in Sicilia), inclusi oggetti personali, progetti di Ernesto Basile per le Officine elettriche del 1909, e un avatar AI del politico e sacerdote e l'iniziativa rappresenta il primo nucleo del "Museo diffuso sturziano". 

Nel pomeriggio invece, presso il Casale del Fondo Sturzo, proprietà terriera della venerata famiglia Sturzo, a Caltagirone, si è tenuto l’evento su “Attualità e attuabilità dei 12 punti programmatici”. Relatori sono stati il Magnifico Rettore della LUMSA, Prof. Francesco Bonini, e il Presidente di AnimAzione ETS, Prof. Salvatore Martinez. L’incontro è stato promosso dall’Istituto di Sociologia Sturzo presieduto dal dott. Giacomo De Caro, insieme alla Fondazione “Luigi Sturzo”, presieduta da Mons. Michele Pennisi, Arcivescovo emerito di Monreale e Vescovo emerito di Piazza Armerina, alla Fondazione “Istituto di Promozione Umana Mons. Di Vincenzo” e alla Diocesi di Caltagirone.

In un tempo nel quale la politica sembra prigioniera di un arido presente, orfana di tradizione, di legami con la storia, di radici culturali, incapace di trovare nel passato ragioni di futuro, vale  sicuramente la pena di ripartire da eventi come l’Appello ai Liberi Forti che, nel 1919, cambiò la storia non solo italiana. 

Non c’è dubbio che si avverte in maniera pressante la necessità di una politica che si fondi su un pensiero in grado di fronteggiare le sfide dei nostri giorni, che appaiono davvero di enorme portata. Un pensiero che non si limiti quindi alla mera gestione del potere, ad un procedere alla giornata senza una strategia di lungo periodo. E per farlo servono coraggio, lungimiranza ed umiltà, perché le spinte populiste se da un lato allontanano larghe fasce di elettorato, spingendole a non recarsi alle urne, dall’altro procedono in maniera avventata, estemporanea, con decisioni radicali dettate dai sondaggi e dagli umori del momento

Tornare a Sturzo per attualizzare le sue idee, per promuovere  un meridionalismo nuovo, contemporaneo, lontano da ogni nostalgia e da ogni logica assistenziale: un progetto politico e civile capace di tutelare la dignità, i diritti e le prospettive future dei cittadini del Mezzogiorno. Un progetto che affronti con serietà e visione i nodi decisivi della scuola, della sanità, delle infrastrutture e del lavoro, rivendicando soprattutto il diritto a restare, per liberare intere generazioni dalla migrazione obbligata. Un progetto forte, autorevole, in grado di incidere sulle scelte nazionali, riportando il Sud al centro dell’agenda politica italiana ed europea.

È quindi più che mai opportuno alimentare la fiamma del rapporto tra cristiani e politica. 

I credenti che pensano di avere vocazione all’impegno politico  devono scuotersi da un lungo torpore, facendo sentire la loro voce su temi come la cittadinanza dei minori stranieri, la denatalità, la tutela delle persone con disabilità e degli anziani non autosufficienti. 

Sta a noi riscoprire, accogliere e testimoniare la speranza e tradurla in coraggiose azioni solidali e concrete. Ricordandoci sempre, come ammonivano i nostri maestri come mons. Giuseppe Costanzo, Corrado Piccione e Giuseppe Azzaro, che il cristiano nella comunità civile è un “uomo di frontiera”, che non si propone la creazione di uno Stato e di una società di “cristiani”, ma di uno Stato e di una società “umani”: non ha quindi lo scopo di costruire la “città di Dio”, bensì quello di costruire la “città dell’uomo”. 

Bisogna tradurre questo fermento politico e culturale, in azioni concrete, imitando l’intuizione di un piccolo prete che veniva da Caltagirone, dall’interno di una Sicilia allora molto lontana da Roma e che aveva raccolto le sollecitazioni di un grande vescovo come Giovanni Blandini, presule della diocesi di Noto. 

Perché Sturzo e il popolarismo non basta celebrarli, ma occorre viverli giorno per giorno in maniera coerente.  


Quando un disastro colpisce Sicilia e Calabria

 Non mi è mai piaciuta l’idea di un Sud piagnone, che si lamenta sempre.

Ma non posso fare a meno di notare che quando un disastro colpisce il Centro-Nord scattano solidarietà, mobilitazioni, sottoscrizioni.
Quando colpisce il Meridione, la Sicilia e la Calabria in particolare, cala invece una sorta di silenzio. Notizie marginali, memoria corta, indifferenza.
Eppure servono ora interventi seri di ripristino e recupero del territorio, a partire dalle aree più fragili, come le coste, per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici e mitigare il rischio sismico.
La prevenzione non è un optional: è una responsabilità verso le comunità e le generazioni future.

venerdì 2 gennaio 2026

LA SCOMPARSA DI CORRADO MAIORCA

 Il giornalismo siciliano perde una delle sue voci più autorevoli e conosciute. 

Corrado Maiorca è morto a soli 65 anni ieri notte, all'ospedale di Siracusa. Lascia la moglie Lucia Basso, inviata della Rai, ed il figlio Gabriele. 

Con lui scompare un appassionato professionista, che aveva cominciato da giovanissimo, dimostrando ben presto di possedere le qualità di quello che viene definito “un cronista di razza”. Aveva percorso con successo tutte le tappe dell’informazione regionale, come corrispondente per più di quindici anni dei quotidiani Corriere della Sera, Resto del Carlino, Il Giorno e Il Corriere dello Sport e soprattutto come responsabile della redazione di Siracusa del Giornale di Sicilia e poi come vice caporedattore dello stesso quotidiano palermitano, con il coordinamento di tutte le pagine dedicate alle province siciliane. In tale ruolo, era riuscito a garantire una copertura capillare del territorio isolano. 

Dopo la breve esperienza  alla direzione del quotidiano Corriere di Sicilia, diffuso soprattutto nella Sicilia Orientale, Corrado Maiorca ha fondato il giornale online Nuovo Sud. 

E’ stato anche, negli anni ‘90, segretario provinciale dell’Assostampa di Siracusa. L’istituzione del premio Mario Francese, il giornalista aretuseo ucciso a Palermo dalla mafia, si deve, oltre all’impegno civile della signora Maria, sorella di Mario, proprio alla intuizione e capacità organizzativa di Corrado Maiorca,  come ricordava il collega Damiano Chiaramonte. 

I funerali si svolgeranno oggi alle 15, nella chiesa Santissimo Salvatore di via Necropoli Grotticelle, a Siracusa.

Salvo Sorbello

IL VESCOVO DI NOTO BLANDINI CHE SPINSE STURZO AD OCCUPARSI DELLA REALTA’ SOCIALE

 




Ricorre proprio in questi giorni, il 3 gennaio, il 113mo anniversario della scomparsa di mons. Giovanni Blandini, che venne definito “Vescovo Santo” da Papa Pio IX e che guidò la Diocesi di Noto per ben trentotto anni, dal 5 luglio del 1875 al 3 gennaio del 1913, data della sua scomparsa.  

È difficile spiegarsi come mai per lungo tempo il ricordo della sua figura non abbia avuto il risalto che avrebbe certamente meritato, specie se consideriamo la grande fama di cui Blandini aveva goduto durante la sua vita. Lo stesso mons. Salvatore Nicolosi, uno dei suoi successori, evidenziò come, per tantissimi anni, un velo abbia coperto il pensiero e l’azione sociale di questo prestigioso presule.

Eppure Giovanni Blandini fu un pioniere, un precursore dell’azione sociale dei cattolici siciliani.  Quando, qualche anno fa organizzai a Noto un convegno con la Cisl ed invitai l’allora segretario nazionale del sindacato Savino Pezzotta, la sua risposta fu subito positiva perché conosceva Blandini. Aveva letto le pagine dello storico Gabriele De Rosa, che definì il vescovo di Noto come “sostenitore del risveglio cristiano, animatore delle speranze di quello che allora si chiamava il movimento sociale dei cattolici”, in un periodo così complesso come quello a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, che corrisponde al passaggio dalla fase più rigorosa del “non expedit” al “Patto Gentiloni”. 

Nella cattedrale di Noto, nella navata sinistra, accanto alla cappella del Sacro Cuore, si trova il monumento, un busto in bronzo, eretto nel 1939 e realizzato, grazie ad una raccolta fondi dallo scultore palermitano Giuseppe Fortunato Pirrone, su iniziativa del vescovo Angelo Calabretta ed a Blandini è intitolata la via dinanzi al Vescovado.

L’attuale vescovo Salvatore Rumeo ha evidenziato come Blandini sia stato “un grande uomo, che ha saputo vivere la sua vocazione tenendo in mano il Vangelo. Lui credeva molto nel Vangelo, in un periodo, l'inizio del 900, che vide di grandi trasformazioni e lui comprese che il Vangelo doveva entrare non solo nella vita delle persone ma anche in quella che era la condizione sociale delle persone per cui lui non solo riuscì a combattere il modernismo ma entrò proprio dentro la vita di tutto il territorio proponendo opere

sociali”.

Blandini fu infatti tra i primi vescovi in Italia, il primo in Sicilia, a propugnare con determinazione quei principi della dottrina sociale della Chiesa che sarebbero stati magistralmente compendiati, nel 1891, da Leone XIII nella Rerum novarum.                                                                                              

Giovanni Blandini nacque a Palagonia, in provincia di Catania, nel 1832, primogenito di quattro fratelli, dei quali Gaetano, il secondo, divenne Vescovo di Agrigento (allora Girgenti). La professoressa Giacoma Satariano si è molto impegnata per far conoscere la figura dell’illustre palagonese, che studiò al Seminario di Catania e venne ordinato sacerdote, a soli ventitré anni. Iniziò ad esercitare il suo ministero nel suo paese natale, ma fu poi chiamato ad insegnare filosofia al Seminario di Catania. Nel frattempo, conseguì le lauree in Sacra Teologia e in Diritto Canonico presso le Università Pontificie di Roma.

Decise comunque di lasciare la cattedra per tornare a Palagonia. Amò definirsi un “oscuro prete di villaggio” e già allora iniziò un’incisiva azione sociale a sostegno dei poveri contadini contro le esose pretese dei gabelloti. Blandini sosteneva solo associandosi tra di loro i salariati avrebbero potuto migliorare la loro situazione e che queste forme di aggregazione solidaristica dovevano fondarsi sul pensiero cristiano e non sul socialismo: “Gesù Cristo è la pietra angolare di ogni edificio religioso e sociale”, era solito affermare. Ed è opportuno evidenziare come, nello stesso periodo, molti vescovi siciliani, nel contesto di una visione paternalistica e conservatrice della società, preferivano invece continuare a parlare di “beatitudine della povertà, di pazienza, di elemosina”.  

Dal 1870 al 1874 fu consigliere comunale di Caltagirone, precedendo di un trentennio l’analoga esperienza di don Luigi Sturzo e per tre anni, dal 1872 al 1875, svolse il delicato incarico di segretario del nuovo Vescovo di Caltagirone, originario di Modica, Antonino Morana, che di lui si fidava ciecamente.  Come ha ricordato il direttore dell’Archivio Storico della Diocesi di Noto Salvatore Maiore, Morana morì proprio a Noto nel 1879 e lí è rimasto sepolto, accanto a Giovanni e ai fratelli Gaetano e Vincenzo (notaio) Blandini, nella cappella dell’ex seminario di San Giovanni, ora monastero di clausura delle suore Carmelitane e che era stato realizzato proprio dal vescovo Blandini, che non esitò a vendere anche l’orologio e la catena d’oro della sua croce pettorale per trovare i fondi necessari.

Papa Pio IX  chiamò Blandini, il 5 luglio del 1875, al seggio episcopale di Noto, vacante per il trasferimento del francescano Benedetto La Vecchia alla sede metropolitana di Siracusa. 

Mons. Giovanni Blandini, a soli 43 anni, era così uno dei più giovani vescovi d’Italia e ricevette l’ordinazione episcopale da mons. Giuseppe Benedetto Dusmet, il santo Arcivescovo di Catania, al quale era particolarmente legato.

Il nuovo vescovo trovò una diocesi che contava quindici centri abitati e in totale circa 140.000 anime, con una forte presenza della massoneria, contro la quale pronunciò sempre parole di inequivocabile condanna. 

Blandini aveva della Chiesa una visione nuova, aperta, universale e quindi legata al Papa, ben lontana da quella chiusa, controllata dai Borboni, prigioniera di logiche localistiche, municipali o addirittura familiari. Trovò il clero della Diocesi che versava, in generale, in condizioni di grave dipendenza economica; in una relazione dei primi del ‘900 sul clero siciliano, don Luigi Sturzo evidenziò come le relazioni tra l’ambiente laico e quello ecclesiastico fossero troppo contigue, e molto spesso i preti erano ridotti, in un contesto di patronato signorile, a svolgere il ruolo di amministratori o di maggiordomi di famiglie nobili e facoltose, oppure ad avere, come unica risorsa per il loro mantenimento, l’elemosina quotidiana della Messa.                            

Nella seconda metà dell’Ottocento persisteva inoltre una concentrazione eccessiva di sacerdoti nei centri più grossi: a Noto c’era un ecclesiastico (prete diocesano o religioso) ogni 546 abitanti, rapporto che saliva vertiginosamente, invece, dove le condizioni economiche erano meno floride, come a Pachino, dove addirittura era di uno ogni 2500 abitanti. Lo sforzo prodotto da Blandini per far sì che la Chiesa fosse attiva, militante, inserita nella modernità si scontrava quindi con un clero locale, dipendente spesso dal notabilato locale e pertanto restio a raccogliere gli inviti del suo Pastore a lottare non per interessi clientelari, ma in difesa dei valori religiosi o addirittura sociali. Blandini non si scoraggiò e continuò, nonostante tutto, nella sua azione innovatrice: sollecitava le donne a partecipare al movimento cattolico e (siamo ancora nei primissimi anni del Novecento) incoraggiava i suoi preti a fare uso del cinematografo come efficace mezzo di apostolato. 

E tutto ciò, in un contesto, quello dei primi decenni dopo l’Unità d’Italia, in cui erano ancora parecchi i Vescovi che, eletti per la loro origine nobile o per la loro fedeltà ai Borboni, non valutavano in maniera positiva i temi posti dalla mutata situazione sociale. Non era neppure raro che si venisse ad instaurare un rapporto clientelare tra amministratori comunali e parroci, che erano pagati proprio dal Comune e che si guardavano bene, quindi, dal creare occasioni di possibile conflittualità.                              Molti di noi sono arrivati a “scoprire” Blandini, nonostante lo sconcertante oblio che ne aveva colpito la memoria, tramite la figura di don Luigi Sturzo, che dal Vescovo di Noto fu fortemente influenzato, sia durante la sua frequenza del quarto e del quinto anno di ginnasio al seminario netino (che in quegli anni era uno dei più qualificati e numerosi della Sicilia, ospitando circa duecento seminaristi), negli anni scolastici 1886/87 (frequentò la quarta ginnasiale)  e 1887/88, sia  in seguito, quando Sturzo rappresentò quella figura di “prete nuovo”, di “prete sociale”, sognata da Mons. Blandini. Non è azzardato quindi affermare che l’albero Sturzo abbia le sue radici proprio in Blandini che lo sollecitò a tenere, il 2 giugno 1887, nella Chiesa Madre di Pachino, in occasione dell’ordinazione sacerdotale del professore Vincenzo Parlagreco, uno dei suoi primi discorsi in pubblico, che fu incentrato sulla missione religiosa e civile del sacerdote. Come oratore sacro Sturzo tenne anche un altro importante discorso, su San Giuseppe, nello stesso anno, nella cappella del seminario di Noto. 

Lo stesso Sturzo ha più volte riconosciuto l’influsso determinante esercitato su di lui dal Vescovo di Noto, per fargli nascere prima ed alimentare poi un’attenzione verso i nuovi fermenti d’impegno sociale dei cattolici. Ricorda lo storico Gabriele De Rosa che proprio da Blandini il giovanissimo Sturzo sentì allora parlare, per la prima volta, il linguaggio non di una “protesta” rassegnata e inattiva, ma pugnace, costruttiva, lungimirante e con una decisa vocazione anticlientelare. Come ha rilevato Mons. Michele Pennisi, già Arcivescovo di Monreale e presidente della commissione storica della causa di beatificazione di Sturzo, fu negli anni trascorsi a Noto che il sacerdote di Caltagirone cominciò a maturare un orientamento più deciso verso il sacerdozio. 

Nessuno in Sicilia, meglio e più di Blandini, ci permette di seguire la transizione della cultura cattolica siciliana dal neo-guelfismo alla democrazia cristiana.

Ha giustamente affermato lo storico Eugenio Guccione che Blandini fu anche, e soprattutto, personalità determinante per le sorti del movimento sociale cattolico, che, senza di lui, - almeno in Sicilia e, per certi aspetti e riflessi, nel resto d’Italia – non sarebbe mai stato quello che fu.

Straordinaria può essere considerata la preveggenza di Blandini. Non è esagerato definirlo un profeta, attento ai segni dei tempi, che sa guardare la storia con gli occhi di Dio e interpretare gli eventi. Profezia non è predire il futuro, ma leggere, rintracciare nel presente i segni di ciò che sarà. 

Basterebbe pensare alla lotta che, già nella seconda metà dell’Ottocento, Blandini ingaggiò contro lo stato assoluto, considerato il peggiore dei mali sociali, anche in questo precursore di Sturzo, che fu a sua volta il primo ad usare il termine statalismo e ad annoverarlo tra le malabestie della democrazia. Occorre guardarsi, ammoniva Blandini, da “quel vampiro sociale” che è lo stato totalitario, che tende ad assorbire tutto, che vuole una “società alveare”, in cui le api lavorano a profitto dei calabroni.

Fondamentali per gli sviluppi futuri del movimento cattolico siciliano furono alcuni scritti di Blandini, le sue lettere pastorali in particolare, in cui egli affermò la necessità non solo di combattere il socialismo, ma anche di riformare il capitalismo, che, senza precisi limiti etici, rischiava di favorire lo sfruttamento delle classi popolari da parte di quelle possidenti. “Le classi diseredate e gli sventurati di ogni genere – sosteneva Blandini – devono potere trovare nella Chiesa tutela alla libertà del loro lavoro, difesa legittima ed equa rivendicazione dei loro diritti e della loro dignità conculcata da ingordi e spietati capitalisti”. 

Nella lettera pastorale sul socialismo, scritta nel 1894 e quindi subito dopo la repressione dei fasci dei lavoratori, Blandini intese affermare il primato dell’etica sull’economia e si scagliò contro l’ideologia socialista che, fondandosi sulla negazione della vita ultraterrena, sull’ateismo, sul materialismo, è di conseguenza causa di lotte di classe.         Allo stesso tempo, il Vescovo evidenziò che anche il capitalismo può manifestare diversi aspetti negativi, come lo sfruttamento impietoso degli operai, delle donne e dei fanciulli ed usò parole di denunzia severe ed inequivocabili: “si danno spietatamente a sfruttare le braccia degli operai, - scrisse Blandini - obbligandoli a lavorare tutti i dì, lungo le ore del giorno e quanto più sia possibile anche nelle ore della notte, non perdonando alla tenera età dei fanciulli, alle abitudini casalinghe e alla gracile complessione dei figli e delle mogli di quei servi della gleba e dell’officina, ai quali fanno accettare, in vista del bisogno e della fame, i patti più angàrici, e si assottiglia sempre peggio la meschina mercede”.  

Un altro documento essenziale per comprendere il pensiero di Blandini è rappresentato dalla lettera pastorale “Clero e azione cattolica”, del 1897.  Il Vescovo constatò con amarezza che il suo clero era diventato “insipido”, più attento ad abbellire le chiese che a suscitare nuove vocazioni. Egli lo esortò allora ad andare in mezzo al popolo, ad “uscire dalle sacrestie”, “a coniugare la preghiera e l’azione”, mentre incitò il laicato cattolico ad “affrontare in campo aperto l’oste nemica”, beninteso però sempre come “armata sussidiaria” e quindi strettamente obbediente e subalterna al Vescovo e al clero.

Nel discorso tenuto al Congresso Regionale Siculo di Agrigento dell’ottobre del 1896, organizzato dal   fratello Gaetano, che era il Vescovo del luogo, egli spronò il clero siciliano ad uscire da un comodo isolamento per passare all’azione: “fatti e non parole ci vogliono ormai da parte nostra - affermò Mons. Blandini - lasciamo il Tempio per discendere in piazza, dove il popolo si affolla. Non ci stanchiamo di apportare la buona novella agli operai della gleba e dell’officina, certamente i più degni e meritevoli di essere da noi illuminati, confortati, indirizzati e, mediante le casse rurali, i patronati, in tutti i modi agevolati a sostentare la vita e rivendicare i loro legittimi diritti, la libertà del lavoro, la dignità personale, di fronte al capitale avaro e usuraio, che mercanteggia i loro sudori e il loro sangue, li assolda e li sfrutta peggio di giumenti, non ha riguardi per la loro anima obbligandoli a lavorare la festa, né per il loro corpo ammassandolo col prolungamento indeterminato delle ore di lavoro, senza distinzione di sesso e di età, senza tener conto dei bisogni loro e delle povere lor famiglie, quando offre la irrisoria mercede a misura della sua cupidigia inumana, non secondo richiede giustizia e carità”.    Parole di forte e chiara denuncia, che si scontravano, come abbiamo detto prima, con quelle di altri vescovi siciliani, che esortavano invece i lavoratori ad avere pazienza, che esaltavano la beatitudine della povertà!

Intanto, l’Opera dei Congressi negli ultimi anni dell’ottocento e nei primi del nuovo secolo, visse momenti di grande travaglio, per i contrasti dovuti alla difficile convivenza tra i conservatori e i democratici cristiani guidati da Mida, Semeria, Sturzo e, soprattutto, da Romolo Murri.

Nel gennaio del 1903, i Vescovi Siciliani emanarono il documento “Deliberazioni e disposizioni pratiche intorno alla Democrazia Cristiana”, un testo fondamentale per comprendere le posizioni della Chiesa siciliana in materia sociale, la cui stesura venne affidata proprio a Mons. Giovanni Blandini.

In esso, pur evidenziando che “la cristiana democrazia mira nell’operaio della gleba e dell’officina la porzione più eletta del Gesù Cristo, la meno colpevole e la più maltrattata delle classi sociali”, tuttavia non venne sciolto il problema del rapporto tra azione religiosa e azione politica.                     

La democrazia cristiana continuò ad essere intesa dalla Chiesa come una azione sociale strettamente religiosa e non come un progetto politico e pertanto essa doveva essere sempre sottoposta alla guida dei Vescovi e dei sacerdoti. Veniva riaffermata, quindi, una concezione paternalistica del movimento democratico-cristiano, più vicina a quella del sociologo Giuseppe Toniolo che a quella di Romolo Murri e di Luigi Sturzo.                      Un ammonimento, che ci sembra conservi una stupefacente attualità, Blandini lo rivolse al cattolico siciliano affinché “non si lasci vincere né da lusinghe né da minacce, né venda la sua convinzione e coscienza allo spudorato incettatore dei voti“.

Sempre nel 1903, si svolse a Noto, dal 14 al 18 dicembre, il Congresso Cattolico Siculo, che venne a cadere in un momento assai delicato, considerato che Pio X, succeduto a Leone XIII, non aveva certamente condiviso l’esito del congresso di Bologna, tenutosi nel novembre dello stesso anno e conclusosi con il successo dei seguaci di Romolo Murri.

Al Congresso di Noto, Don Luigi Sturzo tenne una brillante relazione sull’organizzazione elettorale amministrativa dei cattolici siciliani ma il momento più intenso fu senza dubbio costituito dall’intervento di Murri.

Blandini lo presentò con queste parole: “Voi conoscete don Murri, del quale tanto si è parlato pro e contro. Lo invito a parlare della sua azione, del suo pensiero nell’attività del movimento cattolico. Egli ha avuto il male di amici adulatori che ne han travisato il pensiero e di avversari senza carità che ne hanno combattuto le intenzioni. Ma io so quanto sia retto l’animo suo, quanta forza di bene divampi nel suo cuore”.

E Murri concluse il suo intervento, proclamando che “se abbiamo dovuto soffrire avversari senza carità e perfino il morso della calunnia, noi non cederemo per questo, perché siamo sicuri che l’avvenire è della Democrazia Cristiana, perché l’avvenire è dell’amore portato da Gesù Cristo sulla terra, l’avvenire è della Chiesa, l’avvenire è di Dio”.

Blandini si avvicinò allora a Murri ed affermò “Murri noster est”, abbracciandolo, mentre il suo interlocutore, commosso e in ginocchio, gli baciò l’anello.                                         L’esclamazione di Blandini potrebbe apparire, alla luce degli avvenimenti successivi, ingenua o non tempestiva. Blandini mirava però ad esperire un ultimo, coraggioso tentativo di recuperare Murri, che era ormai in rotta con la vecchia guardia dell’Opera dei Congressi e sospetto di modernismo agli occhi dell’alta gerarchia ecclesiastica. Allo stesso tempo il Vescovo di Noto intendeva così riaffermare il legame del movimento della Democrazia Cristiana alla Chiesa.  

Tuttavia, proprio il giorno dopo della chiusura del Congresso di Noto, con un suo Motu proprio Pio X rinnovò la disposizione che l’azione democratico-cristiana, rimanendo alle dirette dipendenze della gerarchia della Chiesa, dovesse astenersi dal fare politica.

Le polemiche che seguirono questo documento, spinsero il Papa a decretare addirittura, nel luglio dell’anno successivo, lo scioglimento dell’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici come organismo nazionale. Si chiudeva così una fase del movimento cattolico italiano. E mentre Murri decise di resistere nella sua avventura modernistica, rompendo con la Chiesa, Sturzo, più saggiamente, comprese che il provvedimento di Pio X aveva sancito “una specie di distacco organico tra movimento nazionale e movimento religioso” e che quindi si aprivano nuove e diverse strade per un’organizzazione che, superando l’equivoco di fondo tra azione religiosa e azione politica, non fosse più sottoposta alla gerarchia ecclesiastica, così da tenere ben distinto il partito dalla Chiesa.

Il Vescovo Blandini, che nel 1896 aveva declinato la promozione a succedere a mons. La Vecchia nella sede arcivescovile di Siracusa, proseguì il suo impegno nel campo sociale ma non arrivò a vedere coronato il progetto di un movimento politico vero e proprio. Dopo la sua morte, bisognerà attendere altri sei anni per vedere nascere, nel gennaio del 1919, il Partito Popolare Italiano, con l’appello “A tutti gli uomini liberi e forti”.  

Numerose furono le opere sociali cattoliche dovute all’azione pastorale di Mons. Blandini, che le sostenne in ogni modo, arrivando anche a vendere la sua croce pettorale. Egli stimolava incessantemente il suo clero a fondare casse rurali, cooperative, società di mutuo soccorso tra operai ed artigiani, financo spingeva i sacerdoti ad imparare ad usare i concimi chimici.  

Nel 1904, la Diocesi di Noto arrivò a contare sedici opere sociali, tra cui una menzione particolare merita la Colonia Agricola Immacolata, la creatura prediletta da Blandini, voluta per sostenere i bisogni degli orfani e dei figli degli agricoltori.

Nel 1890 il Vescovo aveva acquistato un terreno in contrada Cozzo Tondo, dove ha operato la Comunità Incontro. Otto anni dopo, nell'ottobre del 1898,  arrivò a Noto San Luigi Orione, per assumere la direzione del collegio-convitto San Luigi ed accolse la proposta del Vescovo di realizzare, proprio a Cozzo Tondo, una colonia agricola, che fu intitolata all’Immacolata, inaugurata nel 1901.

Il centro agricolo sperimentale, fortemente innovativo, dove venne impiantato anche un allevamento di bachi da seta, fu attivo fino alla prima guerra mondiale, quando sarà chiuso per mancanza di personale.

Mons. Salvatore Guastella ha acutamente affermato che più si allontana nel tempo, tanto più la figura di Mons. Blandini giganteggia radiosa ed un interessante volume sulla sua attività è stato scritto da Francesco Michele Stabile.  

Non c’è dubbio che, a 113 anni dalla sua morte, la sua coraggiosa azione di rinnovamento della Chiesa, di apertura alla nuova realtà sociale, di Pastore che non vuole rimanere passivamente coinvolto, travolto dagli eventi, come ha evidenziato Eugenio Guccione. Egli fu consapevole del suo ruolo di cattolico e di vescovo. Ma nel senso più positivo e più appropriato del termine, ossia nel senso etimologico della parola “protagonista”, che deriva dall’aggettivo greco pròtos (primo) e dal sostantivo greco agonistés (lottatore), primo lottatore anche se, come disse l’arcivescovo di Siracusa Bignami “non fu sempre inteso, non fu sempre assecondato, forse era troppo breve la sponda riservata ai suoi lampi”.

Blandini dimostra come anche nella nostra provincia la storia del movimento cattolico sociale abbia vissuto momenti di straordinaria grandezza, che andrebbero maggiormente approfonditi e valorizzati.

Salvo Sorbello

domenica 25 maggio 2025

UNA NUOVA PROCEDURA PER I PAZIENTI CELIACI

 Sosteniamo con forza  iniziativa della nostra Asp, guidata dal direttore generale Alessandro Caltagirone - dichiara il presidente dell’Osservatorio Civico e del Comitato Consultivo dell’Azienda Sanitaria Provinciale Salvo Sorbello - che per prima in Sicilia sta attuando una procedura innovativa che prevede la  dematerializzazione dei buoni per l’acquisto di prodotti senza glutine. 

Allo scopo di facilitare l’attivazione del servizio è indispensabile, esclusivamente per i pazienti interpellati con un sms e nell’app IO, rispondere ad un questionario online e i buoni saranno caricati direttamente sulla tessera sanitaria del paziente, dotata di microchip.

Il presidente dell'Associazione Italiana Celiachia Sicilia, Paolo Baronello,  esprime la "soddisfazione di annunciare questo importante passo in avanti nella semplificazione e modernizzazione del sistema di assistenza integrativa per le persone celiache. Dopo un lungo impegno e un costante dialogo con le istituzioni, l'Associazione Italiana Celiachia Sicilia ha ottenuto un risultato fondamentale: l'introduzione della dematerializzazione del buono celiachia, che permette di accedere al buono in formato digitale, eliminando il ricorso a documenti cartacei e semplificando notevolmente le procedure per i pazienti. Con questa nuova modalità, le persone celiache potranno usufruire dei benefici a loro dedicati in modo più rapido, sicuro e pratico, riducendo notevolmente i costi per il sistema sanitario e il rischio di errori, snellendo i tempi burocratici”. 

Nella nostra provincia opera attivamente un gruppo di volontari coordinato da Consuelo Boscarino, Consigliere regionale Aic per Siracusa, Miriam Forte, che che segue  il progetto In Fuga dal Glutine, creato per le Scuole ed in particolare gli Istituti Alberghieri e dai Tutor Ristorazione Santino Privitera  e Linda Gennarino, che  curano  il progetto ristorazione nazionale AFC (Alimentazione Fuori Casa), seguendo la formazione e il monitoraggio delle attività di ristorazione (ristoranti,pizzerie,bar) per una corretta preparazione e somministrazione  dei pasti senza glutine.