Ricorre proprio in questi giorni, il 3 gennaio, il 113mo anniversario della scomparsa di mons. Giovanni Blandini, che venne definito “Vescovo Santo” da Papa Pio IX e che guidò la Diocesi di Noto per ben trentotto anni, dal 5 luglio del 1875 al 3 gennaio del 1913, data della sua scomparsa.
È difficile spiegarsi come mai per lungo tempo il ricordo della sua figura non abbia avuto il risalto che avrebbe certamente meritato, specie se consideriamo la grande fama di cui Blandini aveva goduto durante la sua vita. Lo stesso mons. Salvatore Nicolosi, uno dei suoi successori, evidenziò come, per tantissimi anni, un velo abbia coperto il pensiero e l’azione sociale di questo prestigioso presule.
Eppure Giovanni Blandini fu un pioniere, un precursore dell’azione sociale dei cattolici siciliani. Quando, qualche anno fa organizzai a Noto un convegno con la Cisl ed invitai l’allora segretario nazionale del sindacato Savino Pezzotta, la sua risposta fu subito positiva perché conosceva Blandini. Aveva letto le pagine dello storico Gabriele De Rosa, che definì il vescovo di Noto come “sostenitore del risveglio cristiano, animatore delle speranze di quello che allora si chiamava il movimento sociale dei cattolici”, in un periodo così complesso come quello a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, che corrisponde al passaggio dalla fase più rigorosa del “non expedit” al “Patto Gentiloni”.
Nella cattedrale di Noto, nella navata sinistra, accanto alla cappella del Sacro Cuore, si trova il monumento, un busto in bronzo, eretto nel 1939 e realizzato, grazie ad una raccolta fondi dallo scultore palermitano Giuseppe Fortunato Pirrone, su iniziativa del vescovo Angelo Calabretta ed a Blandini è intitolata la via dinanzi al Vescovado.
L’attuale vescovo Salvatore Rumeo ha evidenziato come Blandini sia stato “un grande uomo, che ha saputo vivere la sua vocazione tenendo in mano il Vangelo. Lui credeva molto nel Vangelo, in un periodo, l'inizio del 900, che vide di grandi trasformazioni e lui comprese che il Vangelo doveva entrare non solo nella vita delle persone ma anche in quella che era la condizione sociale delle persone per cui lui non solo riuscì a combattere il modernismo ma entrò proprio dentro la vita di tutto il territorio proponendo opere
sociali”.
Blandini fu infatti tra i primi vescovi in Italia, il primo in Sicilia, a propugnare con determinazione quei principi della dottrina sociale della Chiesa che sarebbero stati magistralmente compendiati, nel 1891, da Leone XIII nella Rerum novarum.
Giovanni Blandini nacque a Palagonia, in provincia di Catania, nel 1832, primogenito di quattro fratelli, dei quali Gaetano, il secondo, divenne Vescovo di Agrigento (allora Girgenti). La professoressa Giacoma Satariano si è molto impegnata per far conoscere la figura dell’illustre palagonese, che studiò al Seminario di Catania e venne ordinato sacerdote, a soli ventitré anni. Iniziò ad esercitare il suo ministero nel suo paese natale, ma fu poi chiamato ad insegnare filosofia al Seminario di Catania. Nel frattempo, conseguì le lauree in Sacra Teologia e in Diritto Canonico presso le Università Pontificie di Roma.
Decise comunque di lasciare la cattedra per tornare a Palagonia. Amò definirsi un “oscuro prete di villaggio” e già allora iniziò un’incisiva azione sociale a sostegno dei poveri contadini contro le esose pretese dei gabelloti. Blandini sosteneva solo associandosi tra di loro i salariati avrebbero potuto migliorare la loro situazione e che queste forme di aggregazione solidaristica dovevano fondarsi sul pensiero cristiano e non sul socialismo: “Gesù Cristo è la pietra angolare di ogni edificio religioso e sociale”, era solito affermare. Ed è opportuno evidenziare come, nello stesso periodo, molti vescovi siciliani, nel contesto di una visione paternalistica e conservatrice della società, preferivano invece continuare a parlare di “beatitudine della povertà, di pazienza, di elemosina”.
Dal 1870 al 1874 fu consigliere comunale di Caltagirone, precedendo di un trentennio l’analoga esperienza di don Luigi Sturzo e per tre anni, dal 1872 al 1875, svolse il delicato incarico di segretario del nuovo Vescovo di Caltagirone, originario di Modica, Antonino Morana, che di lui si fidava ciecamente. Come ha ricordato il direttore dell’Archivio Storico della Diocesi di Noto Salvatore Maiore, Morana morì proprio a Noto nel 1879 e lí è rimasto sepolto, accanto a Giovanni e ai fratelli Gaetano e Vincenzo (notaio) Blandini, nella cappella dell’ex seminario di San Giovanni, ora monastero di clausura delle suore Carmelitane e che era stato realizzato proprio dal vescovo Blandini, che non esitò a vendere anche l’orologio e la catena d’oro della sua croce pettorale per trovare i fondi necessari.
Papa Pio IX chiamò Blandini, il 5 luglio del 1875, al seggio episcopale di Noto, vacante per il trasferimento del francescano Benedetto La Vecchia alla sede metropolitana di Siracusa.
Mons. Giovanni Blandini, a soli 43 anni, era così uno dei più giovani vescovi d’Italia e ricevette l’ordinazione episcopale da mons. Giuseppe Benedetto Dusmet, il santo Arcivescovo di Catania, al quale era particolarmente legato.
Il nuovo vescovo trovò una diocesi che contava quindici centri abitati e in totale circa 140.000 anime, con una forte presenza della massoneria, contro la quale pronunciò sempre parole di inequivocabile condanna.
Blandini aveva della Chiesa una visione nuova, aperta, universale e quindi legata al Papa, ben lontana da quella chiusa, controllata dai Borboni, prigioniera di logiche localistiche, municipali o addirittura familiari. Trovò il clero della Diocesi che versava, in generale, in condizioni di grave dipendenza economica; in una relazione dei primi del ‘900 sul clero siciliano, don Luigi Sturzo evidenziò come le relazioni tra l’ambiente laico e quello ecclesiastico fossero troppo contigue, e molto spesso i preti erano ridotti, in un contesto di patronato signorile, a svolgere il ruolo di amministratori o di maggiordomi di famiglie nobili e facoltose, oppure ad avere, come unica risorsa per il loro mantenimento, l’elemosina quotidiana della Messa.
Nella seconda metà dell’Ottocento persisteva inoltre una concentrazione eccessiva di sacerdoti nei centri più grossi: a Noto c’era un ecclesiastico (prete diocesano o religioso) ogni 546 abitanti, rapporto che saliva vertiginosamente, invece, dove le condizioni economiche erano meno floride, come a Pachino, dove addirittura era di uno ogni 2500 abitanti. Lo sforzo prodotto da Blandini per far sì che la Chiesa fosse attiva, militante, inserita nella modernità si scontrava quindi con un clero locale, dipendente spesso dal notabilato locale e pertanto restio a raccogliere gli inviti del suo Pastore a lottare non per interessi clientelari, ma in difesa dei valori religiosi o addirittura sociali. Blandini non si scoraggiò e continuò, nonostante tutto, nella sua azione innovatrice: sollecitava le donne a partecipare al movimento cattolico e (siamo ancora nei primissimi anni del Novecento) incoraggiava i suoi preti a fare uso del cinematografo come efficace mezzo di apostolato.
E tutto ciò, in un contesto, quello dei primi decenni dopo l’Unità d’Italia, in cui erano ancora parecchi i Vescovi che, eletti per la loro origine nobile o per la loro fedeltà ai Borboni, non valutavano in maniera positiva i temi posti dalla mutata situazione sociale. Non era neppure raro che si venisse ad instaurare un rapporto clientelare tra amministratori comunali e parroci, che erano pagati proprio dal Comune e che si guardavano bene, quindi, dal creare occasioni di possibile conflittualità. Molti di noi sono arrivati a “scoprire” Blandini, nonostante lo sconcertante oblio che ne aveva colpito la memoria, tramite la figura di don Luigi Sturzo, che dal Vescovo di Noto fu fortemente influenzato, sia durante la sua frequenza del quarto e del quinto anno di ginnasio al seminario netino (che in quegli anni era uno dei più qualificati e numerosi della Sicilia, ospitando circa duecento seminaristi), negli anni scolastici 1886/87 (frequentò la quarta ginnasiale) e 1887/88, sia in seguito, quando Sturzo rappresentò quella figura di “prete nuovo”, di “prete sociale”, sognata da Mons. Blandini. Non è azzardato quindi affermare che l’albero Sturzo abbia le sue radici proprio in Blandini che lo sollecitò a tenere, il 2 giugno 1887, nella Chiesa Madre di Pachino, in occasione dell’ordinazione sacerdotale del professore Vincenzo Parlagreco, uno dei suoi primi discorsi in pubblico, che fu incentrato sulla missione religiosa e civile del sacerdote. Come oratore sacro Sturzo tenne anche un altro importante discorso, su San Giuseppe, nello stesso anno, nella cappella del seminario di Noto.
Lo stesso Sturzo ha più volte riconosciuto l’influsso determinante esercitato su di lui dal Vescovo di Noto, per fargli nascere prima ed alimentare poi un’attenzione verso i nuovi fermenti d’impegno sociale dei cattolici. Ricorda lo storico Gabriele De Rosa che proprio da Blandini il giovanissimo Sturzo sentì allora parlare, per la prima volta, il linguaggio non di una “protesta” rassegnata e inattiva, ma pugnace, costruttiva, lungimirante e con una decisa vocazione anticlientelare. Come ha rilevato Mons. Michele Pennisi, già Arcivescovo di Monreale e presidente della commissione storica della causa di beatificazione di Sturzo, fu negli anni trascorsi a Noto che il sacerdote di Caltagirone cominciò a maturare un orientamento più deciso verso il sacerdozio.
Nessuno in Sicilia, meglio e più di Blandini, ci permette di seguire la transizione della cultura cattolica siciliana dal neo-guelfismo alla democrazia cristiana.
Ha giustamente affermato lo storico Eugenio Guccione che Blandini fu anche, e soprattutto, personalità determinante per le sorti del movimento sociale cattolico, che, senza di lui, - almeno in Sicilia e, per certi aspetti e riflessi, nel resto d’Italia – non sarebbe mai stato quello che fu.
Straordinaria può essere considerata la preveggenza di Blandini. Non è esagerato definirlo un profeta, attento ai segni dei tempi, che sa guardare la storia con gli occhi di Dio e interpretare gli eventi. Profezia non è predire il futuro, ma leggere, rintracciare nel presente i segni di ciò che sarà.
Basterebbe pensare alla lotta che, già nella seconda metà dell’Ottocento, Blandini ingaggiò contro lo stato assoluto, considerato il peggiore dei mali sociali, anche in questo precursore di Sturzo, che fu a sua volta il primo ad usare il termine statalismo e ad annoverarlo tra le malabestie della democrazia. Occorre guardarsi, ammoniva Blandini, da “quel vampiro sociale” che è lo stato totalitario, che tende ad assorbire tutto, che vuole una “società alveare”, in cui le api lavorano a profitto dei calabroni.
Fondamentali per gli sviluppi futuri del movimento cattolico siciliano furono alcuni scritti di Blandini, le sue lettere pastorali in particolare, in cui egli affermò la necessità non solo di combattere il socialismo, ma anche di riformare il capitalismo, che, senza precisi limiti etici, rischiava di favorire lo sfruttamento delle classi popolari da parte di quelle possidenti. “Le classi diseredate e gli sventurati di ogni genere – sosteneva Blandini – devono potere trovare nella Chiesa tutela alla libertà del loro lavoro, difesa legittima ed equa rivendicazione dei loro diritti e della loro dignità conculcata da ingordi e spietati capitalisti”.
Nella lettera pastorale sul socialismo, scritta nel 1894 e quindi subito dopo la repressione dei fasci dei lavoratori, Blandini intese affermare il primato dell’etica sull’economia e si scagliò contro l’ideologia socialista che, fondandosi sulla negazione della vita ultraterrena, sull’ateismo, sul materialismo, è di conseguenza causa di lotte di classe. Allo stesso tempo, il Vescovo evidenziò che anche il capitalismo può manifestare diversi aspetti negativi, come lo sfruttamento impietoso degli operai, delle donne e dei fanciulli ed usò parole di denunzia severe ed inequivocabili: “si danno spietatamente a sfruttare le braccia degli operai, - scrisse Blandini - obbligandoli a lavorare tutti i dì, lungo le ore del giorno e quanto più sia possibile anche nelle ore della notte, non perdonando alla tenera età dei fanciulli, alle abitudini casalinghe e alla gracile complessione dei figli e delle mogli di quei servi della gleba e dell’officina, ai quali fanno accettare, in vista del bisogno e della fame, i patti più angàrici, e si assottiglia sempre peggio la meschina mercede”.
Un altro documento essenziale per comprendere il pensiero di Blandini è rappresentato dalla lettera pastorale “Clero e azione cattolica”, del 1897. Il Vescovo constatò con amarezza che il suo clero era diventato “insipido”, più attento ad abbellire le chiese che a suscitare nuove vocazioni. Egli lo esortò allora ad andare in mezzo al popolo, ad “uscire dalle sacrestie”, “a coniugare la preghiera e l’azione”, mentre incitò il laicato cattolico ad “affrontare in campo aperto l’oste nemica”, beninteso però sempre come “armata sussidiaria” e quindi strettamente obbediente e subalterna al Vescovo e al clero.
Nel discorso tenuto al Congresso Regionale Siculo di Agrigento dell’ottobre del 1896, organizzato dal fratello Gaetano, che era il Vescovo del luogo, egli spronò il clero siciliano ad uscire da un comodo isolamento per passare all’azione: “fatti e non parole ci vogliono ormai da parte nostra - affermò Mons. Blandini - lasciamo il Tempio per discendere in piazza, dove il popolo si affolla. Non ci stanchiamo di apportare la buona novella agli operai della gleba e dell’officina, certamente i più degni e meritevoli di essere da noi illuminati, confortati, indirizzati e, mediante le casse rurali, i patronati, in tutti i modi agevolati a sostentare la vita e rivendicare i loro legittimi diritti, la libertà del lavoro, la dignità personale, di fronte al capitale avaro e usuraio, che mercanteggia i loro sudori e il loro sangue, li assolda e li sfrutta peggio di giumenti, non ha riguardi per la loro anima obbligandoli a lavorare la festa, né per il loro corpo ammassandolo col prolungamento indeterminato delle ore di lavoro, senza distinzione di sesso e di età, senza tener conto dei bisogni loro e delle povere lor famiglie, quando offre la irrisoria mercede a misura della sua cupidigia inumana, non secondo richiede giustizia e carità”. Parole di forte e chiara denuncia, che si scontravano, come abbiamo detto prima, con quelle di altri vescovi siciliani, che esortavano invece i lavoratori ad avere pazienza, che esaltavano la beatitudine della povertà!
Intanto, l’Opera dei Congressi negli ultimi anni dell’ottocento e nei primi del nuovo secolo, visse momenti di grande travaglio, per i contrasti dovuti alla difficile convivenza tra i conservatori e i democratici cristiani guidati da Mida, Semeria, Sturzo e, soprattutto, da Romolo Murri.
Nel gennaio del 1903, i Vescovi Siciliani emanarono il documento “Deliberazioni e disposizioni pratiche intorno alla Democrazia Cristiana”, un testo fondamentale per comprendere le posizioni della Chiesa siciliana in materia sociale, la cui stesura venne affidata proprio a Mons. Giovanni Blandini.
In esso, pur evidenziando che “la cristiana democrazia mira nell’operaio della gleba e dell’officina la porzione più eletta del Gesù Cristo, la meno colpevole e la più maltrattata delle classi sociali”, tuttavia non venne sciolto il problema del rapporto tra azione religiosa e azione politica.
La democrazia cristiana continuò ad essere intesa dalla Chiesa come una azione sociale strettamente religiosa e non come un progetto politico e pertanto essa doveva essere sempre sottoposta alla guida dei Vescovi e dei sacerdoti. Veniva riaffermata, quindi, una concezione paternalistica del movimento democratico-cristiano, più vicina a quella del sociologo Giuseppe Toniolo che a quella di Romolo Murri e di Luigi Sturzo. Un ammonimento, che ci sembra conservi una stupefacente attualità, Blandini lo rivolse al cattolico siciliano affinché “non si lasci vincere né da lusinghe né da minacce, né venda la sua convinzione e coscienza allo spudorato incettatore dei voti“.
Sempre nel 1903, si svolse a Noto, dal 14 al 18 dicembre, il Congresso Cattolico Siculo, che venne a cadere in un momento assai delicato, considerato che Pio X, succeduto a Leone XIII, non aveva certamente condiviso l’esito del congresso di Bologna, tenutosi nel novembre dello stesso anno e conclusosi con il successo dei seguaci di Romolo Murri.
Al Congresso di Noto, Don Luigi Sturzo tenne una brillante relazione sull’organizzazione elettorale amministrativa dei cattolici siciliani ma il momento più intenso fu senza dubbio costituito dall’intervento di Murri.
Blandini lo presentò con queste parole: “Voi conoscete don Murri, del quale tanto si è parlato pro e contro. Lo invito a parlare della sua azione, del suo pensiero nell’attività del movimento cattolico. Egli ha avuto il male di amici adulatori che ne han travisato il pensiero e di avversari senza carità che ne hanno combattuto le intenzioni. Ma io so quanto sia retto l’animo suo, quanta forza di bene divampi nel suo cuore”.
E Murri concluse il suo intervento, proclamando che “se abbiamo dovuto soffrire avversari senza carità e perfino il morso della calunnia, noi non cederemo per questo, perché siamo sicuri che l’avvenire è della Democrazia Cristiana, perché l’avvenire è dell’amore portato da Gesù Cristo sulla terra, l’avvenire è della Chiesa, l’avvenire è di Dio”.
Blandini si avvicinò allora a Murri ed affermò “Murri noster est”, abbracciandolo, mentre il suo interlocutore, commosso e in ginocchio, gli baciò l’anello. L’esclamazione di Blandini potrebbe apparire, alla luce degli avvenimenti successivi, ingenua o non tempestiva. Blandini mirava però ad esperire un ultimo, coraggioso tentativo di recuperare Murri, che era ormai in rotta con la vecchia guardia dell’Opera dei Congressi e sospetto di modernismo agli occhi dell’alta gerarchia ecclesiastica. Allo stesso tempo il Vescovo di Noto intendeva così riaffermare il legame del movimento della Democrazia Cristiana alla Chiesa.
Tuttavia, proprio il giorno dopo della chiusura del Congresso di Noto, con un suo Motu proprio Pio X rinnovò la disposizione che l’azione democratico-cristiana, rimanendo alle dirette dipendenze della gerarchia della Chiesa, dovesse astenersi dal fare politica.
Le polemiche che seguirono questo documento, spinsero il Papa a decretare addirittura, nel luglio dell’anno successivo, lo scioglimento dell’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici come organismo nazionale. Si chiudeva così una fase del movimento cattolico italiano. E mentre Murri decise di resistere nella sua avventura modernistica, rompendo con la Chiesa, Sturzo, più saggiamente, comprese che il provvedimento di Pio X aveva sancito “una specie di distacco organico tra movimento nazionale e movimento religioso” e che quindi si aprivano nuove e diverse strade per un’organizzazione che, superando l’equivoco di fondo tra azione religiosa e azione politica, non fosse più sottoposta alla gerarchia ecclesiastica, così da tenere ben distinto il partito dalla Chiesa.
Il Vescovo Blandini, che nel 1896 aveva declinato la promozione a succedere a mons. La Vecchia nella sede arcivescovile di Siracusa, proseguì il suo impegno nel campo sociale ma non arrivò a vedere coronato il progetto di un movimento politico vero e proprio. Dopo la sua morte, bisognerà attendere altri sei anni per vedere nascere, nel gennaio del 1919, il Partito Popolare Italiano, con l’appello “A tutti gli uomini liberi e forti”.
Numerose furono le opere sociali cattoliche dovute all’azione pastorale di Mons. Blandini, che le sostenne in ogni modo, arrivando anche a vendere la sua croce pettorale. Egli stimolava incessantemente il suo clero a fondare casse rurali, cooperative, società di mutuo soccorso tra operai ed artigiani, financo spingeva i sacerdoti ad imparare ad usare i concimi chimici.
Nel 1904, la Diocesi di Noto arrivò a contare sedici opere sociali, tra cui una menzione particolare merita la Colonia Agricola Immacolata, la creatura prediletta da Blandini, voluta per sostenere i bisogni degli orfani e dei figli degli agricoltori.
Nel 1890 il Vescovo aveva acquistato un terreno in contrada Cozzo Tondo, dove ha operato la Comunità Incontro. Otto anni dopo, nell'ottobre del 1898, arrivò a Noto San Luigi Orione, per assumere la direzione del collegio-convitto San Luigi ed accolse la proposta del Vescovo di realizzare, proprio a Cozzo Tondo, una colonia agricola, che fu intitolata all’Immacolata, inaugurata nel 1901.
Il centro agricolo sperimentale, fortemente innovativo, dove venne impiantato anche un allevamento di bachi da seta, fu attivo fino alla prima guerra mondiale, quando sarà chiuso per mancanza di personale.
Mons. Salvatore Guastella ha acutamente affermato che più si allontana nel tempo, tanto più la figura di Mons. Blandini giganteggia radiosa ed un interessante volume sulla sua attività è stato scritto da Francesco Michele Stabile.
Non c’è dubbio che, a 113 anni dalla sua morte, la sua coraggiosa azione di rinnovamento della Chiesa, di apertura alla nuova realtà sociale, di Pastore che non vuole rimanere passivamente coinvolto, travolto dagli eventi, come ha evidenziato Eugenio Guccione. Egli fu consapevole del suo ruolo di cattolico e di vescovo. Ma nel senso più positivo e più appropriato del termine, ossia nel senso etimologico della parola “protagonista”, che deriva dall’aggettivo greco pròtos (primo) e dal sostantivo greco agonistés (lottatore), primo lottatore anche se, come disse l’arcivescovo di Siracusa Bignami “non fu sempre inteso, non fu sempre assecondato, forse era troppo breve la sponda riservata ai suoi lampi”.
Blandini dimostra come anche nella nostra provincia la storia del movimento cattolico sociale abbia vissuto momenti di straordinaria grandezza, che andrebbero maggiormente approfonditi e valorizzati.
Salvo Sorbello